sabato 15 aprile 2017

Claudio Magris fotografato da Matteo Guariso

Claudio Magris e Geert van Istendael si sono incontrati a Trieste nello storico Caffè San Marco.
L'incontro ha dato vita all'articolo pubblicato su De Standaard (Bruxelles) on line e su supporto cartaceo.
Lo segnaliamo perchè tutte le fotografie dell'incontro sono state realizzate da Matteo Guariso che è rappresentato dalla nostra galleria.
Guariso è riuscito a rappresentare la forza espressiva di Magris regalandoci dei ritratti di rara intensità.
Bravo Matteo.

Di seguito pubblichiamo l'articolo per gentile concessione di De Standaard .





martedì 4 aprile 2017

Lo sguardo intimo che denuda la realtà: l’universo fotografico di Noema Gallery.


Intervista a MARIA CRISTINA de ZUCCATO co-fondatrice e gallery manager di NOEMA Gallery, Milano.




Cogliere l’essenza in cui ogni elemento si fonde perfettamente l’uno nell’altro: questo è il Sacro Graal di ogni fotografo e gli artisti di Noema Gallery lo sanno bene.

Situata nel cuore di Milano, in pochi anni la galleria fondata da Maria Cristina de Zuccato e Aldo Sardoni ha conquistato gli amanti della fotografia grazie ad un’accurata selezione di eccellenze artistiche europee.

Fotografie d’autore da ammirare e acquistare, dunque, ma anche innovazione imprenditoriale grazie all’introduzione della formula “Art Rent” che offre la possibilità anche di noleggiare le opere esposte.

Abbiamo chiesto a Maria Cristina de Zuccato, co-fondatrice di Noema Gallery, di raccontarci la sua esperienza.

Imprenditrice e Fotografia come si conciliano?

Molto bene perché la fotografia è sempre stata la mia passione. Una passione amatoriale, perché nella vita ho fatto tutt’altro: ho intrapreso una carriera manageriale con grande entusiasmo poi, con l’arrivo dei miei quattro figli, la mia professione ha lasciato il posto al ruolo di madre.

Un giorno incontrai un amico, architetto e fotografo, che mi espose la sua opinione riguardo la mia personalità, assai idonea al ruolo di gallerista. E così, prima per gioco e poi seriamente, abbiamo creato una galleria d’arte dedita alla fotografia.

Ci piaceva l’idea di diffondere questa forma d’arte con una chiave inusuale: volevamo essere la prima galleria che non solo vendeva ma permetteva l’affitto di opere fotografiche.

La formula “Art Rent”, molto diffusa all’estero, non rende ancora molto in Italia ma mi ha aiutata a creare un concept di galleria un po’ diverso dagli altri che mi ha permesso di introdurmi in contesti un po’ meno ovvi del solito.

Più artisti fotografi italiani o stranieri?

Collaboriamo soprattutto con artisti italiani ed europei perché riteniamo abbiano una sensibilità diversa. Chi nasce e vive in Europa è circondato dall’ 80% del patrimonio artistico mondiale e probabilmente questo incide nel trovare uno sguardo diverso rispetto agli artisti provenienti da altre realtà.

A noi piace quel tipo di sensibilità, questa è la caratteristica ci distingue.


Avete un’esclusiva con loro?

No, quando si crea un rapporto di fiducia è l’autore stesso che si affeziona ed è lodevole notare come tutti gli artisti che hanno iniziato a collaborare con noi siano rimasti.

Adesso rappresentiamo quattordici fotografi e siamo in crescita perché il messaggio che trasmettiamo piace molto. Chi vede le nostre fotografie capisce che c’è un percorso omogeneo e che selezioniamo con cura i nostri artisti.

Molto spesso, infatti, ci capita di rifiutare autori.


La vendibilità è quanto tu “senti” l’artista?

Ci deve essere un filo conduttore che intercorre in questo lavoro di team.

Una particolarità di un artista che ti ha colpito…

Le scelte artistiche vengono effettuate dal Direttore Artistico, perché necessitano di una profonda cultura e preparazione del settore, mentre io curo l’aspetto imprenditoriale.

Quello che cattura il nostro interesse nella scelta artistica è la progettualità.

Noi non avremo mai autori con scatti rubati o di reportage.

I nostri autori creano progetti e realizzano opere attraverso il set fotografico. Lo scatto viene studiato, sentito e allestito avendo una particolare cognizione dei tempi necessari. Questa riscoperta del tempo è un lusso in un periodo storico come il nostro dominato da un flusso inarrestabile di immagini. 

“Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate”, così descrisse il suo approccio artistico la celebre fotografa Diane Arbus.

E se anche voi siete alla ricerca di quella dimensione, Noema Gallery non vi deluderà.





Gianni Pezzani in mostra a Milano

Gianni Pezzani sarà in mostra a Milano martedì 4 aprile 2017 presso la "Società Umanitaria" in via F. Daverio  7.
Appuntamento alle ore 18, ci sarà anche il pianista Mario Mariani con la sua digital piano performance.

giovedì 16 marzo 2017

Presentazione libro "Genius Loci" di Roberto Cotroneo

In occasione del Milan Image Art Fair 2017, sabato 11 marzo è stato presentato il nuovo libro di Roberto Cotroneo " Genius Loci" edito da Contrasto.
Erano presenti, l'autore Roberto Cotroneo, il curatore Aldo Sardoni ed il giornalista e saggista Roberto Mutti.
Noema Gallery, con la serietà che la contraddistingue fin dalla sua fondazione, ha contribuito alla costruzione dell'evento proseguendo nel suo costante impegno di promuovere la cultura fotografica di qualità.
Il libro è disponibile in tutte le librerie.



video


mercoledì 15 marzo 2017

Roberto Cotroneo al Milan Image Art Fair 2017

Noema Gallery ha presentato il progetto fotografico "Genius Loci" di Roberto Cotroneo al Milan Image Art Fair 2017 che si è tenuto al The Mall di piazza Lina Bo Bardi dal 9 al 13 marzo.
Un grande successo di pubblico e di critica che ha visto il debutto ufficiale di Roberto Cotroneo come autore fotografico; un'altra modalità espressiva che si affianca a quelle assai note di scrittore, poeta, saggista e giornalista.
Maria Cristina de Zuccato (Owner Noema Gallery) e Aldo Sardoni (Art Director Noema Gallery) sono riusciti a costruire un evento di grande importanza per la fotografia contemporanea italiana che adesso ufficialmente ha un nuovo protagonista.
























 

martedì 14 marzo 2017

Genius Loci | Roberto Cotroneo

Noema Gallery ha presentato al MIA 2017 (Milan Image Art Fair) il progetto fotografico "Genius Loci" di Roberto Cotroneo.
Di seguito potete leggere la presentazione del progetto a cura di Aldo Sardoni, Direttore Artistico di Noema Gallery.



Genius Loci | Roberto Cotroneo

Introduzione alla mostra



Nullus locus sine genio
(1)

Per i latini il genio era il nume tutelare del luogo, il suo spirito guida, e Genius veniva chiamato il dio a cui ogni uomo veniva affidato al momento della sua nascita.
Nell’Eneide Virgilio invoca il Genius loci due volte, nel V° (83-95) e nel VII° libro (133-138) ed Enea come sappiamo diventerà il progenitore del popolo romano.
Con simili premesse il progetto fotografico di Roberto Cotroneo non poteva che nascere a Roma, non solo per i tratti semantici del titolo ma anche e soprattutto per ciò che questa città ha rappresentato nella costruzione della cultura occidentale.
Roma rappresenta più di un luogo fisico.
E’ uno spazio mentale quasi iconico, la cui incredibile stratificazione ancora perfettamente visibile e percepibile nell’aria che vi si respira, è nella mente di  ognuno di noi anche se non ci siamo mai stati.
L’autore è a proprio agio in un ambiente così ricco e denso e attraverso  il Genius Loci ci porta in territori inaspettati; il suo essere scrittore, poeta e saggista oltre che fotografo gli consente di nascondere all’interno del fotogramma più significati.
Il Genius Loci fotografico è nato esplorando con la  macchina fotografica i musei romani, conservatori di un sapere millenario arrivato fino ai nostri giorni variamente composto ed articolato, attraverso un lavoro che si rivela con poche iperboli tecniche e molto pensiero. Utilizzando la dimensione ideale della fotografia, quella per la quale ogni volta si manifesta una strana ed alchemica magia del non previsto e del non visto: l’indagine e la conseguente scoperta.
D'altronde che cos’è la fotografia se non uno straordinario e segreto strumento d’indagine?
Il progetto è in itinere per il mondo, ben lungi dall’essere terminato; direi che potrebbe anche non finire mai, nel senso che sarebbe in grado di rigenerarsi ad ogni scatto e continuare quanto la vita del suo autore, poiché contiene in se delle variabili che lo rendono differente e utile ogni volta.
Jacques Le Goff ci ha mostrato che il mondo medievale era costruito attorno alla sua chiesa ed al suo campanile, oggi la costruzione dei valori e dei codici da seguire è diventata policentrica.
Il nuovo diluvio universale è rappresentato dall’immensa mole di informazioni ed immagini provenienti da ogni parte del pianeta, che come un’onda si è abbattuta sulle nostre certezze facendole scomparire nel giro di poco tempo.
A ben vedere aveva cominciato ad avvertirci Nietzsche oltre un secolo fa attraverso la sua interpretazione del Nichilismo.
La disgregazione di un centro, fisico o metaforico, quale punto di riferimento per la costruzione dei nostri valori e delle nostre relazioni è presente anche nelle contemporanee teorie urbanistiche, nella costruzione delle città o nella ricostruzione di parte di esse, in cui si percepisce la imprescindibile necessità di produrre più centri rispetto al piccolo, bello e rassicurante centro del Medioevo.
All’interno di questo nuovo policentrismo Cotroneo contribuisce a segnalarci uno dei centri possibili: il museo.
Ce lo presenta come luogo di raccordo fra passato e presente, entrambi elementi necessari alla costruzione del futuro così ossessivamente necessario nella nostra società terrorizzata dalla paura della morte.
Così i luoghi con statue e quadri in attesa di essere osservati si animano di persone, genericamente chiamate visitatori ma realmente essere umani, ognuno dei quali porta all’interno delle sale espositive se stesso, il proprio mondo, i suoi amori, i suoi problemi, la sua cultura, il suo abbigliamento, le sue ossessioni e soprattutto il suo smartphone.
Il solo pensiero di essere scollegati dal resto del mondo in un luogo ben definito terrorizza l’essere umano contemporaneo; egli manifesta continuamente la necessità di avere un contatto continuo con l’esterno e di portare testimonianza di ciò che ha visto fotografando le opere esposte o addirittura telefonando durante il percorso espositivo, amplificando a dismisura la solitudine cui siamo sottoposti fin dalla nascita.
Genius Loci registra questo, ci illustra una delle connessioni che trasforma questo incontro in contemporaneità.
I visitatori, cioè gli umani, descrivono chiaramente il desiderio di condividere, di essere in un luogo scelto per ciò che rappresenta, per incontrarsi e costruire un codice comune.
Ecco il termine necessario: condivisione.
Allo stesso modo in cui ci si incontrava nella antica piazza davanti alla chiesa ed attorno al campanile, oggi si cerca l’incontro nei musei.
Anche nei musei.
Il museo come uno dei centri della nostra vita policentrica.
Cotroneo è riuscito a leggere questo con il suo progetto fotografico che già dal nome denuncia il desiderio di raccontare un certo luogo facendosi ispirare e quasi consigliare da esso, cercandone appunto il Genio che lo abita.
Allo stesso modo in cui si entra in chiesa, in ossequioso silenzio, così egli entra laicamente nell’inedito spazio sacro restituendoci una religiosità nuova data dall’incontro segreto e personale fra l’essere umano e l’opera artistica.
Il Genius appartiene ad un dato luogo legandosi indissolubilmente al paesaggio ed il progetto ne percepisce  la presenza, così le sue fotografie nella loro eleganza inconscia raccontano del paesaggio umano, ma non di quello che si materializza all’interno del fotogramma bensì di quello che sta fuori dai luoghi fotografati.
Se si osservano le immagini e le si sommano fra loro è possibile percepire quasi d’incanto cosa siamo diventati oggi.
Questa è una delle sorprese più avvincenti del progetto che, come già accennato, lo rendono non-finito o infinito, come il limite matematico di cui l’autore parla nella prefazione del suo ultimo libro Genius Loci.
L’abbigliamento, gli assembramenti, una sottile e costante sciatteria di fondo negli atteggiamenti che
denunciano spesso un comportamento disincantato, sono tutti elementi che concorrono alla costruzione della nostra immagine contemporanea.
Non è un giudizio di merito ma solo una constatazione.
Spesso si sente la mancanza per il rispetto che la sacralità a cui si è accennato in precedenza richiederebbe, ma anche questo è lo specchio dei nostri tempi.
Se si riesce ad andare oltre il forte senso estetico che permea l’intero progetto rendendo tutto incredibilmente bello ed elegante, è possibile leggervi l’elemento più interessante nascosto al suo interno che è quello di portare fuori il dentro costringendoci a specchiarci nelle sue immagini, riuscendo così in un intento assai difficile da realizzare.
In questo senso ha dato luogo, forse per la prima volta, alla fusione di due spazi dell’eterotopia: il museo e lo specchio.
L’utopia di cui parla Cotroneo quando commenta una sua fotografia si è straordinariamente trasformata in una doppia eterotopia.
Il vero senso del progetto credo sia questo.
Genius Loci è strettamente legato alla teorizzazione degli spazi di Michel Foucault ed alla sua creazione del concetto di eterotopia.

Ci sono innanzitutto le utopie. Le utopie sono spazi privi di un luogo reale. Sono luoghi che intrattengono con lo spazio reale della società un rapporto di analogia diretta o rovesciata.
Ci sono anche, e ciò probabilmente in ogni cultura come in ogni civiltà, dei luoghi reali, dei luoghi effettivi, dei luoghi che appaiono delineati nell’istituzione stessa della società, e che costituiscono una sorta di contro-luoghi, specie di utopie effettivamente realizzate nelle quali i luoghi reali,
tutti gli altri luoghi reali che si trovano all’interno della cultura vengono nel
contempo rappresentati, contestati e sovvertiti; una sorta di luoghi che si trovano al di fuori di ogni luogo, per quanto possano essere effettivamente localizzabili. Questi luoghi, che sono assolutamente altro da tutti i luoghi che si riflettono e di cui parlano, li denominerò, in opposizione alle utopie, eterotopie.
Per Foucault l’eterotopia funziona quando gli uomini si trovano in una rottura con il loro tempo tradizionale, così le due parti di noi, Io penso ed io empirico paradossalmente sono separati.
Non potrò mai percepire il mio Io penso ma percepirò sempre il mio io empirico perché fra Io e io c’è di mezzo un elemento che li terrà sempre separati: il tempo.
Il tempo ci erode la vita e rappresenta il nostro maggiore condizionamento, non solo perché ognuno di noi ne possiede una quantità limitata ed ignota ma soprattutto perché il suo passaggio accresce  la quantità di filtri di cui ci dotiamo per vivere, oltrepassarli è un’impresa titanica perché sono l’ultima barriera oltre la quale si cela la nostra vera essenza, la fusione di Io e io.
Le fotografie di Genius Loci congelano per un attimo il tempo fondendo le due parti di noi, facendole toccare per un istante e mostrandoci così come siamo, nell’incredibile unione di due spazi eterotopici (specchio e museo) abbiamo la possibilità di raccontarci realmente senza filtri.
In questo senso penso che queste immagini  rappresentino pienamente la realizzazione dell’eterotopia del XXI° secolo costruendo un ponte fra visibile ed invisibile seguendo il percorso indicato da Duchamp che, come nota Octavio Paz,  ci ha mostrato che tutte le arti, senza escludere quella degli occhi, nascono e terminano  in una zona invisibile.
Pertanto credo sia possibile affermare che se l’arte ci porta in una dimensione dove da soli non riusciamo ad andare, allora Genius Loci può essere letto come un lavoro realmente artistico realizzato da un fotografo che ha più a che fare con l’umanesimo che con l’ossessione tecnologica dei nostri giorni.
Buona visione

(1)     Servio (IV-V sec. d.C.) commento all’Eneide 5,95 
©  marzo 2017 |  Aldo Sardoni

giovedì 10 novembre 2016

L'arte vuole tempo


L’arte vuole tempo 

La fotografia è arte oppure no?
David Bate afferma che è una “forma fondamentale dell’arte moderna” entrata e riconosciuta negli istituti d’arte a partire dalla fine degli anni Ottanta.
Ovviamente concordo, anzi direi che si sta velocemente affermando come una delle principali forme d’arte contemporanea sempre più riconosciuta come tale dalla gente comune.
Perché è questo che conta: avere un rapporto continuo con le persone che acquistano arte, non solo con i collezionisti che appartengono ad un mercato più alto e rarefatto, ma tutti coloro che si innamorano di un quadro o di una fotografia e cercano di possederla per poterne godere ogni giorno.
Per farla entrare nella loro vita quotidiana.
La pittura, ed oggi la fotografia, fatta salva la necessità interiore dell’autore, ha il  compito di arredare uno spazio costruito sia esso pubblico o privato.
Si pensi a quanto sarebbe spoglia la stazione centrale di Milano senza le immagini pubblicitarie di grande formato che la arredano.
Così in un mondo formato prevalentemente da fotografie, dobbiamo cercare di distinguere quali di queste possono essere considerate “artistiche” e quali no.
E’ evidente che l’invenzione dell’ elaborazione digitale ha reso, almeno apparentemente, l’approccio alla parte tecnica molto più diretto e gestibile rispetto ai tempi in cui si doveva sviluppare e poi stampare la pellicola.
La semplicità è solo illusoria perché dal punto di vista tecnico, se ci si vuole  davvero occupare di tutti gli aspetti dell’immagine, la complessità è assai maggiore di prima.
Ma questo non riguarda i sette miliardi di potenziali fotografi presenti sul nostro pianeta, perché per loro sarà sufficiente scattare e vedere immediatamente il risultato sullo schermo del telefono, del tablet o della reflex.
La difficoltà della fotografia a farsi riconoscere e considerare come arte dalla gran parte delle persone sta proprio nell’apparente facilità con cui è possibile realizzare un’immagine, a differenza di un dipinto ad olio o di una partitura musicale, magari del passato.
Il primo livello dell’arte è la difficoltà tecnica, la bravura dell’artista a costruire fisicamente l’opera.
Questo è il principale elemento di fascinazione ancora oggi, malgrado un elenco smisurato di artisti abbia cercato in tutti i modi di convincere lo spettatore che è l’idea quella che conta, il concetto che essa  porta con se e non la sua realizzazione; il primo incontro con un lavoro artistico rimane quello della difficoltà ad essere realizzato.
Anche dopo Duchamp e la sua provocazione del ready made che ormai ha superato i 100 anni e dopo  Sol Lewitt che teorizzava l’autonomia dell’idea dalla sua realizzazione fino a fare costruire le proprie istallazioni da altri attraverso istruzioni precedentemente scritte.
Per gli addetti ai lavori ( autori, critici e collezionisti )  il problema non esiste, ma per la maggioranza delle persone che si avvicinano all’arte il tema è ancora di grande attualità.
La maggioranza delle persone non sa ad esempio che Botero, Koons e tanti altri, non realizzano fisicamente le loro statue, perché per farlo ci vogliono officine specializzate.
Pensano alla magnificenza della Pietà di Michelangelo e della sua reale capacità di usare lo scalpello personalmente per plasmare il marmo.
Perché la Pietà l’ha pensata, disegnata e scolpita lo stesso autore e questo non è un elemento trascurabile, malgrado buona parte della storia dell’arte del secondo Novecento tenti di affermare il contrario.
Non mi considero un conservatore, utilizzo tutta la tecnologia che il XXI° secolo mette a disposizione per realizzare i miei lavori e per vivere, ma credo che un passo indietro verso il ritorno al saper fare, farebbe un gran bene a tutte le forme d’arte.
E per fare questo, ci vuole tempo.
Tornando alla domanda iniziale,sono d’accordo con Carlo Fontana quando dice che la fotografia (quella d’autore) la fa la testa e non la macchina fotografica; però se tutto il processo venisse interamente realizzato dall’autore ed in qualche modo certificato, penso che darebbe un valore aggiunto all’opera.
Molti autori questo ormai lo fanno da tempo e cercano di trasmetterlo ai potenziali fruitori perché sanno bene che la parte tecnica è comunque importante, assieme all’unicità dell’opera.
L’unicità dell’opera è l’altro punto debole verso il riconoscimento globale della fotografia come arte.
Sull’unicità oltre al citatissimo Benjamin, c’è una letteratura sterminata a cui chiunque può attingere per ragionare sul tema; a me preme sottolineare che in realtà non esiste una stampa uguale all’altra se non fatta nello stesso giorno, dalla stessa stampante con la stessa confezione di carta, perché basta cambiare solo la confezione (non la marca) perchè il risultato sia differente.
Quindi, oltre al necessario limite imposto da ogni autore, le stampe sono comunque tutte uniche.
Ma allora come si fa a capire se una fotografia è degna di essere chiamata “artistica” oppure no?
Ovviamente non c’è una risposta univoca.
La risposta che si è data Maria Cristina de Zuccato quando ha fondato la galleria Noema Gallery assieme a me, è stata quella di cercare fotografie in cui si riesca a leggere il tempo.
Il tempo inteso come luogo metafisico necessario per capire, ragionare, pensare.
L’arte, come l’essere umano, ha bisogno di un’estensione temporale ampia per potersi manifestare ed essere compresa e la nostra indagine si è orientata alla ricerca della lentezza, in opposizione alla contemporaneità che fugge dal lento e consuma tutto velocemente. 
L’elogio della lentezza, oltre ad essere un titolo molto amato in letteratura, è l’auspicio che faccio all’arte fotografica;  benché possa sembrare un ossimoro per un mezzo che si esprime in millesimi di secondo, in realtà la creazione dell’immagine nel pensiero del suo autore ha una formazione quasi carsica.
Ecco già questo potrebbe essere un metodo per cominciare a distinguere fra una fotografia con aspirazioni artistiche ed una fatta tanto per fare; con la raccomandazione che lento non significa andare in giro con pesantissimi cavalletti di legno sulle spalle e con macchine fotografiche dalle dimensioni gigantesche.
Quella forma di lentezza la associo alla preistoria, al desiderio anacronistico di una forma pedissequa di ritorno al passato,  certamente poco utile alla costruzione della contemporaneità.
Per noi la lentezza è legata alla costruzione del progetto, al tempo necessario per pensarlo ed elaborarlo, non al tempo che ci vuole per salire su un sentiero con venti chili sulle spalle ed uno straccio nero in testa come si faceva nei secoli scorsi.

I lavori selezionati da Noema Gallery sono in parte visibili a Milano in una mostra che sarà presente fino a marzo 2017 negli splendidi spazi di DePadova in via Santa Cecilia 7.

In quel luogo si è cercato di unire l’idea di arredamento, lentezza e piacere nel circondarsi di oggetti che possano contribuire a farci vivere meglio.
Ecco perché l’arte vuole tempo.

© 2016 Aldo Sardoni | Milano 
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